Adenocarcinoma prostatico intervento chirurgico

Come si fa ad essere sicuri che il carcinoma prostatico è allo stadio iniziale ?

In cosa consiste l’intervento chirurgico per il carcinoma della prostata ?

Se ha eseguito le visite urologiche ogni anno a partire dai 50 anni, si tratterà molto probabilmente di un tumore in stadio iniziale, da cui potrà guarire. Per decidere la terapia più appropriata bisognerà considerare lo stadio ed il grado del tumore, l’età e le condizioni di salute della persona affetta.

Sulla base delle informazioni ottenute dall’esplorazione rettale, dal valore del PSA, e dal grado di differenziazione biologica delle cellule tumorali (punteggio di Gleason) ottenuto dall’esame istologico della biopsia prostatica. Basandosi su questi parametri è possibile predire, in maniera abbastanza accurata, le probabilità che il tumore sia ancora confinato entro la capsula prostatica (carcinoma localizzato) o se si sia già esteso oltre la prostata (carcinoma extra-capsulare). Tuttavia, tanto più giovane è il paziente, tanto meno accurato è il valore predittivo dei parametri suddetti, in quanto, sebbene lentamente, il carcinoma prostatico tende a progredire e dare metastasi ai linfonodi ed alle ossa. Quindi, nei pazienti molto giovani è consigliabile sempre e comunque la terapia curativa più efficace.

Tutti i pazienti con carcinoma prostatico localizzato che hanno un’aspettativa di vita di almeno 10-15 anni.

Come incidono l’età e le condizioni di salute della persona affetta sulle decisioni terapeutiche ?

Se il tumore è localizzato entro la prostata e l’aspettativa di vita è superiore ai 10-15 anni, a prescindere dall’età anagrafica e considerando le eventuali malattie concomitanti, si possono proporre opzioni terapeutiche curative, con tassi di guarigione a cinque anni di oltre il 90 percento. Al contrario, non è logico proporre una terapia curativa ad un signore di 75 anni in scadenti condizioni generali. Arrivato alla sua età, la lenta progressione di questa neoplasia, specie se localizzata, fa sì che questi abbia molte più probabilità di morire con piuttosto che per il carcinoma. Quasi come un portatore sano della malattia.

La prostatectomia radicale rimane l’opzione terapeutica che offre le migliori possibilità di guarigione a lungo termine. Se confrontata con altre modalità terapeutiche come la radioterapia, l’intervento chirurgico presenta il vantaggio di poter ottenere una stadiazione patologica dettagliata tramite l’esame istologico dell’organo asportato. Nel caso l’esame istologico definitivo indichi la presenza di un carcinoma prostatico localizzato (confinato all’interno della capsula prostatica), la sopravvivenza libera da recidive a 10 anni è superiore al 90 percento.

A differenza dell’intervento chirurgico per l’iperplasia prostatica benigna, la chirurgia del carcinoma prostatico prevede l’asportazione dell’intera prostata e non solo della sua porzione interna. Si tratta dell’intervento di prostatectomia radicale. Durante l’intervento si asporta l’intera prostata comprese le vescicole seminali, piccoli organi localizzati dietro la prostata ove si raccoglie il liquido seminale.

La decisione di procedere con la chirurgia ha una finalità curativa: lo scopo è infatti quello di eliminare tutto il tumore.

Generalmente dopo l’intervento, in assenza di complicazioni, la dimissione dall’ospedale avviene dopo circa una settimana. Il catetere vescicale, che viene posizionato durante l’intervento, viene mantenuto in sede per un periodo di solito variabile da 5 a 10 giorni, in base alla tecnica operatoria eseguita, alle condizioni locali intra-operatorie e del decorso post-operatorio. Durante questo periodo vengono somministrati alcuni farmaci con lo scopo di favorire il decorso operatorio e la guarigione della ferita chirurgica.

La decisione del chirurgo sul tipo di strategia e chirurgia da utilizzare, dipende da una valutazione delle caratteristiche, delle dimensioni e dell’estensione del tumore.

L’intervento prende il nome di prostatectomia radicale e consiste nell’asportazione della prostata, delle vescicole seminali e dei linfonodi presenti nelle regioni attorno alla prostata e nel bacino. I linfonodi sono piccoli ghiandole con la funzione di filtrare liquidi e proteine (ed eventualmente cellule tumorali) presenti nei vasi linfatici. La rimozione dei linfonodi viene eseguita al fine di ottenere una completa rimozione del tumore e una più precisa stadiazione della malattia.

Alla rimozione del catetere vescicale, è normale osservare delle perdite involontarie di urina. Il recupero della continenza urinaria necessita di alcuni mesi, in base al tipo di intervento effettuato e alla scelta della tecnica chirurgica.

L’intervento viene generalmente effettuato in anestesia “loco-regionale”, cioè mediante una piccola iniezione di anestetico a livello della colonna vertebrale (generalmente in associazione ad una sedazione) oppure in anestesia generale.

  • A cielo aperto. Si tratta di un intervento abbastanza complesso che prevede l’asportazione della prostata mediante l’incisione dell’addome – dal pube all’ombelico – o dell’area compresa tra scroto e ano (questa metodica viene effettuata raramente).
  • Laparoscopia. È un intervento di una durata sicuramente superiore al precedente ma con dei tempi di recupero decisamente più brevi: viene effettuato mediante piccole incisioni di circa 1 cm nella parte inferiore dell’addome che permettono l’inserimento di una videocamera e degli opportuni strumenti per procedere con l’asportazione della prostata.
  • Chirurgia robotica. Consiste in un intervento che ha le stesse caratteristiche di quello laparoscopico ma che prevede anche l’impiego di un robot. Questa tecnica consente di operare con un ingrandimento visivo di circa 20 volte e con una visione a 3 dimensioni, consentendo di eseguire l’intervento con una accuratezza superiore a quello della chirurgia a cielo aperto o della chirurgia laparoscopica classica.
    Anche in questo caso i tempi di recupero sono brevi, ma richiede la presenza di un’apparecchiatura specializzata.

La riabilitazione gioca un ruolo cruciale nella riduzione dell’incontinenza e, quando possibile, dovrebbe essere iniziata prima dell’intervento chirurgico.

Le risposte ottenute consentono di valutare la necessità di affiancare una terapia adiuvante, che sia cioè di aiuto all’intervento chirurgico, come la radioterapia o la terapia ormonale.